Tempus fugit
Tempo, sempre quello: non ce n’è mai abbastanza, facciamo 100 cose al minuto, sempre sul pezzo, connessi a cellulare, iPad, computer.
Fare, fare, fare cose, anche solo per portare a termine tutti i ‘doveri’ che ci portiamo per gli altri. Chiama l’amica, rispondi alla paziente, fai la spesa per la cena di sabato, senti la banca che ti hanno clonato la carta di credito, ascolta l’operatrice della compagnia del telefono che ti propone un nuovo contratto, produci tutta la documentazione per il tuo commercialista, l’ordine degli psicologi, le risorse umane della tua ex azienda.
Sopraffatti, oltretutto sui tempi degli altri (che spesso, diciamocelo, non hanno propriamente la nostra stessa urgenza!).
Non riusciamo a mantenere le distanze, le scadenze, le priorità.
Stabilire confini tra lavoro e vita personale nella routine quotidiana è diventato difficile. C’è chi va oltre i propri orari di lavoro o apre la casella di posta anche nel week-end, o quando è in vacanza.
Eppure lavoriamo peggio quando non abbiamo orari o aree tutte nostre di decompressione e di svago, quando è tutta un’emergenza e ‘non ho abbastanza tempo’ è diventato il nostro mantra.
Lo scrivo come monito per me, in primis, a volte sono così stanca che mi sento insofferente, nervosa, come se avessi dietro qualcuno perennemente col fiato sul collo.
Lo scrivo a me, per dirmi di decidere che finalmente il tempo sia un mio alleato e non un giudice intransigente.
Lo scrivo a me, per ritrovare la lucidità e sapermi gestire progetti, programmi e prospettive su una scala di 12 mesi e non sempre in emergenza.