La fatica tangibile di un trasloco!
Non so neanche da dove ho iniziato.
Forse dal buttare quello che c’era nel frigo e mi ero scordata, latte, yogurt, il vasetto del pesto aperto da troppo.
Ho in mente una parola che uso pochissimo: stress. Credo di non averlo mai sperimentato - il che non vuol dire che non abbia vissuto momenti di tristezza e dolore, anzi. Ma lo stress è diverso. Posso semplicemente avere una settimana pesante, un mese faticoso.
Lo sapevo, ma dovevo provarlo sulla mia pelle. Un trasloco può essere tanto stressante, da essere classificato come uno dei tre eventi più brutti della vita.
Ho delle immagini: la casa svuotata e i miei ultimi pasti seduta sul parquet, pile di faldoni e qualche lacrima. Miodiooooo: quante cose si accumulano in vent’anni di vita.
La mia auto che pareva un camper, due cambi, ginniche e stivali perché il meteo a maggio ci ha messo del suo. Vestiti sparpagliati, quasi sempre inadeguati per peso o stile, ad un certo punto il cesto della biancheria da lavare era così pieno che mi sono ritrovata ad avere puliti solo gli slip rossi di Natale.
Le liste, ovunque: nel telefono e su foglietti che infilavo in borsa e poi vagavano sul fondo, finché magari non cercavo il burro cacao e mi tornavano in mano. Il dramma delle chiavi: c’era lo studio, la casa, quella vera intendo, e l’altra, l’ospitante. E poi quelle della lancia y, del garage, della bici. Le chiavi lasciate agli operai, il mazzo di papà, quelle che non c’erano mai o erano sempre sbagliate. Di più: che erano rimaste attaccate a quella sbagliata, per cui mi sono ritrovata, a caso, a non poter aprire: condominio, garage, studio. L’inferno.
I whatsapp: idraulici, elettricista, falegname. Riflessioni da fare in fretta. Qualche errore, qualche imprevisto.
E io che volevo finire. Perché mi mancava il mio spazio, la routine, perché dovevo continuare a lavorare e a mandare avanti tutto senza deroghe. Non mi sono fermata un attimo.
L’odore della mia casa diverso. All’inizio è stato un pugno in pancia, poi qualcosa ha iniziato a prendere forma, ecco: c’è stata una luce diversa.
Ma ce n’è voluta, eh.
Che la fase due, quella delle pulizie e dello spacchettamento è stata ‘n’altra botta. Il dover creare un ambiente diverso nel vecchio, mica facile abituare gli occhi a nuove prospettive dopo un pezzo di vita di un altro colore.
L’eccitazione per quello che sarebbe arrivato, l’inquietudine per qualcosa che ancora non si conosceva. Sarei voluta volare nello step successivo, ma avrei voluto fare tutto con calma.
Il bello si fa attendere, dicono. ‘Minu ga hana’: ‘non vedere è un fiore’. Perché l'immaginazione di qualcosa può essere più bella della sua realtà.
(Ma faglielo capire tu, a un toro con ascendente toro).