2026: le mille vibes della Corea del Sud in primavera
Con la Corea ci siamo scambiate pensieri e parole, come in ogni viaggio.
Io dico che ciò che rende la Corea davvero straordinaria è il suo approccio al mondo. La Corea non rifiuta le influenze globali: le studia, le accoglie e poi le trasforma. Non è un Paese grande, geograficamente non si trova al centro della scena mondiale. La sua lingua è impossibile da capire e l’inglese spesso è un optional.
Eppure. Eppure la cordialità, la tradizione, la sensazione di stare avanti nel futuro l’hanno veramente resa uno dei Paesi più accoglienti in cui io sia mai stata.
La cura di sé, come passe-partout per star bene nel mondo. Per riservarsi degli spazi, soprattutto dei tempi.
Uno stile di vita comfortable, così come il modo di vestire.
Una cultura musicale profonda, a prescindere che possa piacere o meno.
La vita che scorre un po’ lenta e un po’ veloce, dipende da dove ti appoggi.
Ammetto che in fase di organizzazione del viaggio avevo un po’ snobbato gli ‘hot points’ per vedere i ciliegi in fiore, eppure sono stati meravigliosi, così soffici, così pastello, buttati un po’ a caso tra le case e i grattacieli. C’erano angolini in cui tiravi su lo sguardo e sembrava di passeggiare in un cartone di Myazaky.
Le metro e i treni sono silenziosi e vanno via veloci e puntualissimi, è un piacere, un po’ come tutti i trasporti trovati in Giappone, con la differenza che qui hanno prezzi assolutamente abbordabili, come qualsiasi cosa in giro: cibo, musei… oggetti. Acqua gratis ovunque, non c’è il sovraccarico del servito o del coperto. Un costo della vita bassissimo, un piacere in più per viverla appieno.
Mi ha fatto fare un po’ di fatica col cibo, ma benedetta: l’aglio, le fermentazioni, il maiale, ma quanto maiale… e tutto ‘sto piccante (ok, la parola FATICA a tratti è stata un eufemismo).
Non mi avrà mai sul k-pop, ammetto candidamente di non essere attratta nè dai BTS, che tra le girls spopolano e strappano capelli e mutande che manco il mio Achille nazionale, nè dai k-movie, e giuro che c’ho anche provato prima di partire. Ma forse la ritento, dai.
Ho amato immensamente quel glow su pelle e capelli. E giurin giurella che mi impegnerò di più, mannaggia ai nostri anni ‘90, alle lampade autoabbronzanti e a quando ci si spalmava allegramente di Nivea al sole.
Ho trovato un mix di avanguardia e umanità. Rispettosa al punto giusto, avvolgente, incredibile, stimolante, improbabile, accattivante, irriverente, divertente, solare.
Ma un po’ di recap del viaggio e dell’organizzazione.
Partenza nell’ultimo giorno di marzo, il primo volo internazionale con Asiana diretto su Seul da Malpensa (nota: non c’è tutti i giorni della settimana). Undici ore in andata, la partenza alle 22.00 agevola parecchio il sonno.
Tutti gli alloggi già prenotati su Booking, idem l’E-sim, e vista la situazione mondiale avevamo anche segnalato la nostra posizione in ‘viaggiare sicuri’ sul sito della Farnesina.
Naver Maps imprescindibile, funziona meglio di Google Maps. Avevamo già la T-money di un’amica per i mezzi, la si carica facilmente in qualsiasi 7Eleven, ma solo con contanti. Occorre precompilare la E-arrival card e ritengo sia meglio farsi un itinerario di massima dei giorni (best of se incluso di caffè, pranzi/cene, mercati, street food, shops, etc.).
Arriviamo di sera e Seul ci incanta da subito. Ne scopriremo le sue cento facce, ogni uscita dalla metropolitana una scoperta, come tante metropoli viste in Giappone.
Nei primi quattro giorni – alloggiamo a Jongno-gu, quartierino caratteristico, molto Corea-street-style, in qualche angolino garantisco che mi è sembrato di vedere il Reclutatore di Squid Game – ci immergiamo nella città e familiarizziamo con gli usi e costumi. Siamo in un hostel con uno spazio comune per colazionare ed eventualmente cucinarsi qualcosa sulla piastra o farsi un ramen express, pulitissimo, come sempre, camera doppia con bagno privato.
Intanto un giretto nel quartiere di Seochon, famoso per le hanok, le vecchie case coreane oggi ristrutturate o riciclate come spazi espositivi, negozi, piccoli musei. Dai, è come essere a Groppallo, ritmi lenti, vecchini in bici con la sportina della spesa, il camion di frutta e verdura all’angolo.
Una visita al Tongin Market vale per l’orario di pranzo, conosceremo il salt bread e non ne potremo più fare a meno per il resto del viaggio. Per lo shopping e la vita local in realtà ho apprezzato il Namdaemun Market, molto più di un semplice mercato del cibo, bancarelle con ogni bendiddio a perdita d’occhio.
Abbiamo curato gli orari per il cambio della guardia a Geyongbokgung, il vecchio palazzo reale, vale assolutamente la pena anche solo per lo spettacolo delle musiche e dei colori. Mi fanno sorridere le coreane instagrammabili (e quante ne vedremo!): sono tutte un po’ Frozen con le hanbok (il classico vestito tradizionale coreano) a noleggio, lo fanno soprattutto nei luoghi iconici del loro Paese. Tutte acconciate e con questi colori pastello, gonne a ruota e tulle e merletti e ombrellini, si piazzano sotto ad un ciliegio in fiore e ciak! l’amica scatta a profusione.
Ci spostiamo a Changdeokgung, Patrimonio Unesco, per neanche un euro facciamo la visita guidata in inglese nel parco (carino, ma niente di che), mi colpisce solo quella strada ‘che lascia aperta la porta agli spiriti’, pura poesia.
Mattina alla N Seul Tower, è un bel giretto ed è carino vederla, o meglio: sembrerebbe strano non farlo, ma sicuramente ne ho viste di meglio al mondo. Tempo di arrivo più lungo del previsto, tra funicolare e parecchie file di turisti, ci dobbiamo ricalibrare sul timing giornaliero della nostra lista dei to-do. Direi la cosa più imperdibile sia il Parco di Namsan che percorriamo a piedi al rientro (ma io come avevo fatto a sottovalutare la bellezza dei cherry blossoms?!)
Un paio d’ore del pomeriggio dedicate alla sottoscritta per un time-out in una Clinic Spa a Myeongdong, che questa è la patria mondiale del beauty e dell’eterna giovinezza (occhio: prenotare almeno il giorno prima!). Sono pronta a brillare come la cometa di Halley. Parlo mezz’oretta con la consulente che mi spiega (in inglese con tanto di translate sul pc pronto all’uso) cosa mi faranno, preso atto delle mie richieste (nulla di invasivo, solo tanta idratazione e un po’ di glow), azz, hanno davvero prezzi stracciati rispetto all’Italia e il servizio che offrono effettivamente è a cinque stelle. Non a caso arrivano qui donne (ma anche qualche ometto!) da tutto il mondo, ben determinate a farsi nuove (... !!!).
Nella parte estetica non ci sono stanze dedicate, ma un unico spazio con divisori, comunque silenziosissimo (ma quando mai…), con una ragazza a me totally dedicata che non sa pronunciare altro che il suo nome in coreano. Tra vapori e patch ammetto di annoiarmi un po’ (due ore e mezzo, cristooo!) e data la temperatura del lettino e il mio solito vestirmi a cipolla, credo sulla mia schiena si sarebbero facilmente potute cuocere delle scrambled eggs. Ma alla fine ne esco feliciona e con tre (…?!!!) anni di meno.
In due ore di treno, già prenotato dall’Italia, comodissimo e super veloce, arriviamo a Busan, una città di mare, la seconda per dimensioni della Corea, siamo intorno ai tre milioni di abitanti, per capirci. Si alza un ventone freddo di colpo – ci parlano di correnti siberiane che in questi giorni la fanno da padrone – che ti infili addosso tutto quello che hai nello zaino, brava la Tizzoni previdente che ha portato il suo cento grammi passe-partout. Ci becchiamo una giornata di nuvole e pioggerella, che qui è proprio primavera come in Italia e il tempo è parecchio ballerino, la impieghiamo in giretti vari, che alla fine si sa che il bello è un po’ questo, perdersi. E vediamo scorci, insegne, negozietti pieni di robine di cui non sapevo assolutamente di aver bisogno, eppure. Ale mi metteva il timer di 10 minuti e io dovevo correre come uno scoiattolo avanti e indietro per riuscire a far tutto.
Abbiamo anche fatto una cosetta tipica, l’Hair Spa, con un parrucchiere mooolto coreano e completamente a digiuno d’inglese (decisamente divertente!) che si era appena fatto la blefaro e sembrava uscito da Una notte da leoni, che ci pela e ci gratta talmente tanto che alla fine abbiamo chiome così lucide che manco nei cartoni animati. Usanza molto korean questo scalp treatment, io non me la perderei assolutamente. E poi una gran pet therapy in uno dei tanti Cat Café, che qui sono molto in voga, gattini randagi tolti dalla strada, puliti, nutriti e coccolati che sembravano pelouches. Che goduria, il pomeriggio e la serata p-e-r-f-e-t-t-i.
L’indomani giretti d’ordinanza: il mare, a cui si arriva comodamente in metro, e il trenino che io ho ribattezzato delle-cinque-terre perché un po’ ci assomiglia, che assolutamente resta una delle cose più affascinanti della città.
E infine non c’è che da tirare in aria una moneta per scegliere dove vivere i prossimi sei mesi.
A Gamcheon, la Machu Picchu di Busan, che quando ho saputo che la chiamano così mi ha fatto molto ridere, insediamento dei rifugiati durante la guerra di Corea, rinata grazie all'arte nel 2009, casette pastello, vicoli, negozietti pieni di gadget, murales e installazioni, tra cui la statua del Piccolo Principe, simbolo di solitudine e libertà.
Oppure riposare la retina con il bianco e il blu di Huinnyeoul, la Santorini di Busan (che qui evidentemente si sbizzarriscono con i nomignoli tra Europa e Sudamerica), con stupende viste sul mare, caffè panoramici e un'atmosfera decisamente più morbida.
Busan mia: abbiamo fatto tre notti, ma forse ce ne sarebbe stata bene anche una in più.
Per i pr