2025: il Marocco imperiale nei ponti di primavera
Ero stata in Marocco nel 2019, toccata e fuga con un’amica in un lungo weekend pasquale e non vedevo l’ora di tornare.
Ci siamo: con i ponti che quest’anno ci ha regalato la primavera si può pensare di riproporlo. Preparazione fai da te del viaggio, basta cercare un po’ di suggerimenti in rete e organizzarsi bene con le tappe e i km che servono tra una destinazione e l’altra (non pochi, va calcolato!).
Altra cosa che potrà sembrare banale, ma non lo è: occorre portare parecchi soldi in carta, le carte di credito e in generale i pagamenti con pos sono accettati pochissimo, persino nei Riad e in generale in luoghi commerciali, non solo nelle botteghe artigianali. Già ci avevate pensato? Ecco, aumentate il budget del cash previsto.
Atterrati a Casablanca di sera e recuperata l’auto a noleggio, una comodissima Dacia Logan, giusto per visitare l’indomani mattina, avendo già prenotato la visita guidata dall’Italia (noi l’abbiamo trovata solo in inglese, ma era comoda per gli orari a cui ci serviva), la moschea di Hassan II, la più grande del Marocco e la terza al mondo dopo la Mecca e la moschea del Profeta di Medina. Delle tre è comunque l’unica visitabile, quindi vale assolutamente la pena. Per il resto, Casablanca è una caotica città metropolitana, tendenzialmente piuttosto occidentalizzata, direi abbastanza inutile, quindi, terminata la visita (stupenda!), ci si rimette subito in marcia verso la città imperiale di Rabat, attuale sede dei reali.
Rabat mi ha inaspettatamente affascinato. La capitale politica risplende, un po’ bianca e un po’ blu, moderna, ma ricca di storia. Merita assolutamente una visita la Casba, pennellata di azzurro e con terrazzamenti e punti panoramici pieni di salsedine. Non si può non fare un giro nella Medina più ordinata che abbia mai visto.
Noi siamo scesi fino al faro, bellissima la vista del cimitero Al Shouhada, di un romanticismo quasi anglossassone, con le onde dell’oceano che si infrangevano potenti sullo sfondo.
Svettano la Torre di Hassan e il Mausoleo di Mohammed V, altro punto di interesse imperdibile della città, in un’unica piazza piuttosto frequentata dai turisti. Dal Palazzo reale, Dâr-al-Makhzen, abbiamo girato alla larga, solo una foto di passaggio per immortalare le guardie sotto la bandiera rossa svettante.
Si riparte e per un pezzo si costeggia l’oceano, sono previste almeno 4 ore per arrivare a Chefchaouen, nella mia wish list da anni! C’è una strada meravigliosa che sale dolcemente lungo le colline, tra villaggi caratteristici, carretti trainati dagli asinelli e greggi di pecore e caprette che più volte ci attraversano il passo. A tratti scorre morbidacome la val d’Orcia, in aprile è un tripudio di fiori e prati verdeggianti.
The blue pearl, tra le montagne berbere, si scopre dietro l’angolo sulla collina innanzi a noi, una meraviglia! Il suo colore così caratteristico ha tante interpretazioni, inneggia al cielo e al paradiso ed è un richiamo alla spiritualità della vita. Ci sono teorie popolari che dicono che tenga lontanele zanzare (!) altre che narrano dell’illusione di un bolla d’acqua , come se fosse un paese sotto il mare. La cosa certa è che la tinta viene ridata più volte durante l’anno per mantenerne la brillantezza.
Visitiamo la vecchia Casba con la torre vista cielo e tetti a perdita d’occhio, bello anche il giardino andaluso sottostante; ci perdiamo nei mille angoli della Medina che pare d’essere in una cartolina; una tappa imperdibile per le amanti dell’argan e di tutte le magie che rendono (ancora più!) belle, la Botica De La Abuela De Aladdin, un paradiso di oli, saponi e rimedi locali che giassò faranno grandi cose alla mia pelle. Ho pure preso un tappeto berbero di lana di cammello e una teiera da un artigiano che le lavorava a mano, quest’inverno si prospettano coccole e litri di the alla menta.
Dopo una notte affacciati nel profondo blu, ripartiamo per la prossima meta imperiale, Fes. L’apoteosi delle Medine. Così incasinata, così incredibilmente colorata e caotica come solo un intrico di 9.400 stradine può essere. Consigliato caldamente un giro con una guida locale, noi l’abbiamo prenotata direttamente dal Riad, un signore simpaticissimo e pieno di cultura e storieannedotiche che ci porta a spasso nella Medina, ma ci fa anche vedere una delle università più antiche del mondo, la scuola coranica e le tante moschee all’interno della città.
Mekness visitata in due ore che ci siamo forzosamente ritagliati al pomeriggio, dista solo un’oretta da Fes, purtroppo l’ho trovata decisamente al di sotto delle aspettative, dieci euro a una guida non autorizzata che ci ha acchiappato nel parcheggio, almeno si faceva capire piuttosto bene in italiano e così l’abbiamo più o meno catturata nelle parti meno note, ma complessivamente ho trovato una Medina sottotono, forse anche per i lavori in corso alle fognature. Direi una città che non ha saputo stare al passo con l’evoluzione del Paese. Di passaggio può starci, giusto così, al limite in combo con le rovine di Volubilis, che noi abbiamo scelto di saltare.
Foto di rito alla porta Bab Mansour e poi in piazza agli incantatori di serpenti, circondati da cavalli, asini, pony: un vaghissimo ricordo di Marrakech, ma senza averne l’ardore e la vita.
Rientriamo a Fes, assolutamente da provare l’hammam! Noi siamo finiti in un posto particolare su consiglio del figlio della proprietaria del nostro Riad, lo aveva prenotato per il tardo pomeriggio e ci ha pure accompagnato attraversando con noi parte dei vicoli della Medina, direi esperienza non proprio rigenerante, ma almeno era decisamente locale!
Premetto che ero già stata in un hammam a Marrakech con la mia amica, ma c’eravamo trattate bene come solo due donne in viaggio sanno fare. L’esperienza era stata incredibile ed ero pronta a riprovarla.
All’accoglienza immancabile the alla menta e biscottini, l’interno è un po’ d’annata, ma decisamente pittoresco. Armadietti di dubbio igiene e un vago odorino di muffa. Mutande di carta d’ordinanza e un accappatoio che non aveva visto l’ammorbidente da un po’. Chiaramente ci separano, uomini con uomini e donne con donne.
Una stanza calda e umida, una signora di una certa età mi sorride senza i due denti davanti e mi fa cenno di salire e stendermi su un piano di marmo bianco, per capirci: genere autopsia. Il cuscino è una borsa dell’acqua calda di gomma, di quelle vintage arancioni che avevano le vecchie zie per il mal di pancia.
Non mi accorgo che il marmo era umido e lì per lì scivolo come il bianco d’uovo da un piattino: per un pelo non si compie il peggiore dei disastri, che un osso rotto in Marocco non sarebbe ‘na gran cosa.
La signora parte col botto buttandomi addosso due secchiate d’acqua bollente che avrebbero cotto un paio di gyoza, il tempo di ripigliarmi e mi sta cospargendo ovunque di sapone nero.
Tento un timido approccio verbale, ma non andiamo oltre lo scambio dei nomi.Procediamo quindi a sorrisi sdentati e un non verbale piuttosto eloquente. Per esempio: quando vuole che mi giri a pancia in giù fa il gesto della panatura della cotoletta, inconfondibile.
A quel punto parte col guanto kessa: frega e tira che manco mia nonna che impastava la pizza Catarì la domenica sera. Mi gratta così tanto le cellule morte che secondo me quelle che disgraziatamente le sarebbero potute sfuggire scappano a gambe levate per lo spavento.
La fase tre, dopo le immancabili secchiate che ormai non mi fanno quasi più effetto, sono alla sua mercé e in totale resa, prevede qualcosa che assomiglia allo scrub, mi lascia resti verdini grumosi sul corpo.
Dopodiché se ne esce muta e io me ne sto lí, sbiotta sul piano di marmo per quindici minuti, dico: QUINDICI MINUTI. Ignara di quel che verrà.
Eccola che torna e col solito gesto eloquente mi fa capire di mettermi verticale. Stavolta, memore del rischio ortopedico, mi alzo pianino e cauta. Mi fa accucciare su una sediolina di plastica bianca da spiaggia e mi lava i capelli col solito piglio, probabilmente gratta via anche un po’ di cute.
Unica incomprensione nel nostro non verbale fin’ora perfetto tra gesti e denti: mi avvicina al viso per odorare una boccetta di liquido giallo, una sorta di olio-bagno doccia profumato, completa l’insaponatura tutta in piedi, dagli alluci alle spalle, un altro paio di secchiate ed è bella che fatta. Esco, mi ricongiungo con Ale, che come immaginavo era terrorizzato, bianco come un cencio e provato che pareva fosse tornato da un giorno di lavoro in una miniera; ci fanno sostare in una stanza che definire lounge è un tantino eufemistico, con una bottiglietta d’acqua a testa.
Ci riappropriamo dei vestiti nello stanzino della muffa e siamo prontissimi. Sono le 21:15, dobbiamo ancora mangiare.
Una phonata al volo nella sala comune, il becco dell’apparecchio è saldamente tenuto insieme con la stagnola e si torna al Riad. Pelle liscia come una bambina e (forse) scongiuro una candida.
Se ne possono comunque trovare a bizzeffe, un’esperienza che mi sento di consigliare assolutamente a chi metta piede in Marocco!
Cena in un Riad caratteristico con vista sui tetti e sui gatti marocchini, che tenerezza, si trovano un po’ ovunque.
L’indomani si riparte. Sulla strada verso il deserto obbligatoria la sosta alla foresta dei cedri, scimmie a profusione, non le avevo mai viste così da vicino, non proprio rassicuranti, noi abbiamo beccato pure un giorno bruttino, nebbia, freddo e pioggerella leggera, ma ne è valsa la pena. Anche solo per spezzare i km del viaggio. E poi a Xalucaper un the e una sosta sul lago, che circa sei ore di macchina vanno gestite bene.
Paesaggi mozzafiato, quasi lunari, il tramonto è incredibile. Sosta nella Valle duZiz, pernotto con cena e colazione l’indomani. Il deserto ci aspetta.
Erfoud per un giro o Rissani, ma cercate assolutamente il posticino magico in cui fanno la pizza berbera (un tantino pesante, ma va assaggiata!).
Ci viene a prendere il manager del nostro campo tendato, noi abbiamo optato diarrivare con una 4 X 4, dune e saltini da brivido.
Il meteo era nuvoloso fin dal mattino, giusto il tempo di salire sulla jeep e piove, ma veramente un temporale incredibile, da non credere.
Il campo tendato è bello e ben attrezzato, ma l’imprevisto meteo abbassa inevitabilmente l’umore. La pioggia ci concede una tregua e facciamo un giro a piedi sulle dune bagnate che sono ancora più rosse, sicuramente meno polverose, ma c’è un vento forte (che non fa proprio benissimo alla mia cervicale) e lampi minacciosi all’orizzonte.
Nel giro di un’ora un nuovo scoscio, giusto il tempo di correre alla tenda e siamo già fradici. Durante la cena nella tenda ristorante (ottima!) decidiamo il da farsi, visto che l’indomani sarà ancora nuvoloso, ma si aprirà nel primissimo pomeriggio: optiamo per restare una notte in più, anche se prevederà un esborso non previsto.
D’altra parte il deserto è sì pittoresco con i nuvoloni grigi, ma non si può non vederne i colori, i giochi di luci e ombre, le stelle. E poi questo è il bello del girare senza un tour organizzato.
L’indomani ci svegliamo presto per la colazione a buffet, nuvole fino alle 11, poi, come da previsioni meteo della nostra app, il cielo si apre, complice anche un vento mediamente forte, così non si sente troppo il caldo. Decidiamo di farci accompagnare daun ragazzo del camp per un giro di tre ore in 4 × 4. Dalle dune al villaggio berbero, passando per una vecchia postazione militare, è stato magico.
Doccia veloce in tenda per toglierci la sabbiache era entrata un po’ ovunque, nonostante fossimo sufficientemente coperti, consiglio caldamente almeno una maglia a maniche lunghe, anche solo per il sole che picchia, e poi ci aspettano i dromedari al tramonto.
Passerà alla storia il doppio saltino di alzata del dromedario con la sottoscritta aggrappata come Harry su Fierobecco. Un po’ perché ero stata avvisata, un po’ per mantenere integra la mia dignità, ho evitato gridolini e sono restata composta e sorridente come una Queen. E poi la magia: siamo partiti in passeggiata morbidi e felicioni solo noi due, il berbero tutto blu che ci guidava, la luce del tramonto e le ombre che si allungavano sulle dune. Si era calmato il vento, in lontananza file di dromedari, quad e moto KTM, che il deserto all’ora dell’aperitivo è più affollato di Piazza Cavalli, ma è tutto così ovattato, così attutito. Solo la brezza e la sabbia rossa che ti scivola tra le dita. Una delle esperienze più belle mai fatte, giuro.
Sandboard da non annoverare tra le mie performance migliori, provata, ehm, non credo di ripetere!
Cena e falò con tamburi berberi. Ale si alzanel cuore della notte per fotografare le stelle e la via lattea nel buio più totale, che pure già erano ben visibili al calare della sera, poi la stanchezza del mattino ci ha tenuti attaccati al letto e ammetto che abbiamo saltato lo spettacolo dell’alba. Pazienza, ce ne saranno altre.
Si parte per Ouarzazate, nell’itinerario abbiamo pensato di saltare Marrakech che io avevo già visto, oltretutto ho letto che recentemente è diventata estremamente commerciale, merita probabilmente solo per la visita a casa e giardini di Yves Saint Laurent, che avevo trovato spettacolari. Piuttosto, per chi non l’avesse vista, consiglierei una giornata a Essaouira, meravigliosa cittadina sul mare.
Il paesaggio predesertico è piatto e brullo, case rosse di sabbia e fango e sentiamo il caldo più intenso di tutta la settimana.
Pochi pit stop se non in qualche point of viewper qualche scatto alle gole del Dadès e immancabile (almeno per la sottoscritta!) sosta nella valle delle rose, dove cresce una varietà di rosa chiamata ‘damasquine’, detta anche rosa di Castiglia, di origine siriana. Lungo la strada ci sono ovunque cooperative con prodotti biologici e un profumo di buono, prendo immancabile siero, crema e qualche saponetta.
Ouarzazate è nel cuore della valle del Dadès, a ridosso del deserto, una piacevole sorpresa, per me vale assolutamente un giro. Ho trovato proprio bella la piazza con l’affaccio dei tanti ristoranti, i bambini con quei sorrisi a mille denti con il pallone e i pattini a rotelle, le donne che tatuano l’henné(a fatica, ma ho resistito!), i signori in abiti locali seduti pacati a chiacchierare all’ombra.
L’indomani siamo stati alla Casba di Taourirt: alla periferia di Ouarzazate, una delle meglio conservate, utilizzata come ambientazione per numerosi film girati negli studi Atlas di Ouarzazate, non a caso la chiamano la Cinecittà del Marocco (giusto un giretto con l’auto e una foto da fuori, ma un po’ il poco tempo, un po’ la poca voglia ci hanno trattenuto dal visitarla). Casba bellissima, girabile anche senza guida, nonostante all’ingresso vi vorranno far credere il contrario, noi ci siamo avvalsi a piene mani nell’intelligenza artificiale!
Saliamo sulla catena dell’Alto Atlante, siamo in montagna! Sosta al valico di Tizi-n-Tichka, che con i suoi 2.260 metri sul livello del mare è il passo più alto del Marocco, fa freschino, una tazza di the e qualche bancarella.
Nove notti, dieci giorni vissuti… proprio pieni.
1.800 km con gli occhi, il naso e le orecchie pieni di cose nuove.
Un Paese in cui i Riad sono una coccola, un’oasi silenziosa per lasciare fuori il resto del mondo e dormire la notte come non facevo da tempo.
I colori saturi delle spezie, la cura del corpo con i saponi e gli oli naturali. E quelle centomila cianfrusaglie, i tappeti berberi che mi fanno uscire pazza.
La mano di Fatima che accarezza.
Nuvole di profumo di datteri, pane, rose e menta, i litri di the bevuti ovunque.
In sottofondo il miagolio dei tanti gattini randagi, e poi le pecore, gli asinelli al pascolo e al traino dei carretti, le cicogne lungo la strada e appollaiate sui minareti.
Il richiamo del muezzin.
Le cene sui tetti al tramonto.
I tanti contrasti.
Le bandiere rosso fuoco con la stella a cinque punte.
Le zone proibite.
La suggestione del deserto.
Da rivedere, per tutto quello che ci siamo lasciati scappare.