FAQ

1) Che differenza c’è tra Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra?

La presenza di diverse figure professionali che si occupano della cura della mente può indurre in errore.

Faccio allora le necessarie distinzioni: lo Psicologo è un laureato in Psicologia che ha conseguito l’abilitazione dopo il superamento di un esame di Stato ed ha ottenuto l'iscrizione all’apposito albo professionale. Lo Psicologo offre consulenze psicologiche, effettua attività di diagnosi (ad esempio utilizzando test psicologici) e si limita ad attività di sostegno psicologico.

Lo Psicoterapeuta di solito è uno psicologo (o più raramente un medico) che ha conseguito una specializzazione almeno quadriennale in Psicoterapia, presso scuole riconosciute dal M.U.R.S.T. (Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica).

Lo Psichiatra è un medico specializzato in Psichiatria. La specializzazione gli consente di effettuare anche una psicoterapia sebbene egli non abbia frequentato quelle Scuole di specializzazione descritte precedentemente. Utilizza metodi, tecniche e strumenti di tipo fisico e farmaceutico, che sono propri della psichiatria. Fa colloqui diagnostici e prescrive psicofarmaci. È principalmente indicato per tutte le persone che stanno vivendo un disagio psicologico così forte da non riuscire più a svolgere le ‘normali’ attività della vita quotidiana.

Un'ultima precisazione terminologica: spesso si confondono psicologo e psicoanalista, che invece è colui che pratica la psicoanalisi, una particolare modalità di fare psicoterapia, basata sul metodo psicoanalitico di Freud (con particolare enfasi su inconscio, sogni, sessualità). Lo psicologo può diventare uno psicoterapeuta psicoanalitico o uno psicoterapeuta NON psicoanalitico (cognitivo, comportamentale, sistemico, etc.).

2) Come mi posso comportare innanzi ad un familiare, amico, compagno che si trova in un momento di profonda difficoltà?

Un prontuario da tenere appeso al frigorifero, per ‘so-stare’ accanto a chi è in difficoltà, magari proprio all’interno della cerchia delle nostre relazioni primarie. Quelle frasi proprio da evitare:

  • Reagisci, è solo questione di volontà!
  • Ti porto fuori con gli amici, così ti svaghi un po’.
  • Ma che cosa ti manca? Hai tutto ciò che occorre per essere felice.
  • Così fai star male anche i tuoi cari.

L'empatia invece può fare la differenza:

  • Ti accompagno, non sei solo.
  • Non è colpa tua, il malessere psichico si cura come quello fisico.
  • Che cosa posso fare per te?
  • Quali sono i tuoi pensieri?
  • Perché non ti affidi ad un esperto?

E poi, alle volte, vale semplicemente essere silenziosi, ma partecipi. Che si può fare la differenza (anche) così.

3) Che tipo di terapia fai?

La mia terapia ha l’occhio sul paziente e sulle relazioni significative che animano il suo presente. L’attenzione è rivolta principalmente alla sua dimensione relazionale ed interattiva, senza tralasciare comunque pensieri, emozioni, storie e vissuti legati alla dimensione prettamente individuale ed a tutti i “nodi privati” che sceglie di portarmi. L’identità individuale viene considerata come l’esito di un percorso di relazioni, più o meno significative, che il paziente ha intrattenuto nel corso della vita: in quest’ottica capita spesso che le radici di un’eventuale problematica non debbano essere trattate quali caratteristiche costitutive della persona, ma come frutto di esperienze relazionali e di contesti diversificati.

Si parla tanto di cambiamento, io non insisto e non pontifico: riguarda l'altro e tutto quello che vuole farne andrà bene. Certo che chi è innanzi a me ha una visione che ha percepito essersi esaurita e che sente debba essere modificata, in qualche modo, un copione a cui non può più aderire, perlomeno non esattamente così come prima. Ha consumato la sua capacità di azione, ha consumato il suo tempo. Io lo affianco e riapro il ventaglio delle possibilità: magari non la sua, non la mia, si esce dalla proposta binaria. E' come tra due fidanzati: non si può scegliere, cercate il terzo e saprete che state operando una vera scelta. Altresì detto: mi percepisco come un'agente di cambiamento, ma sto attenta a non agirlo troppo velocemente o, peggio, ad indurre a produrlo in tempi poco rispettosi. Non ho tappe normative prefissate secondo cui il mio paziente deve arrivare alla 'sanità', o alla maturità.

Il percorso che faremo insieme non sarà quindi prettamente rivolto al trattamento del sintomo, ma alle situazioni contestuali che lo hanno generato ed agli equilibri relazionali che caratterizzano il qui-e-ora del paziente, in poche parole: lui e nessun altro, con la sua 'teoria' dello stare al mondo. E qui viene il bello: non la verità assoluta, come stanno 'effettivamente' le cose, ma la sua, per quella che sente essere vera. Non voglio sapere tutto a tutti i costi: i segreti o le recondità più faticose da condividere, a meno che non mi venga espresso con chiarezza ed intenzione. Non amo violare intimità che stentano ad uscire, ci sono tempi, ma anche silenzi.

Mi interessa cogliere le risorse non utilizzate, spesso non conosciute. 

Uso un linguaggio semplice, chiaro, diretto, evito lo psicologhese e il gergo clinico.

Ogni seduta è la prima di un percorso, ma un po' anche l'ultima: una tappa a se', con le emozioni che ne scaturiscono e tutta l'attenzione che merita. Non curo, mi prendo cura, quello sì. Tantissimo.

4) Se dovessi descriverti in poche parole come lo faresti?

Da poco ad una formazione mi è capitato di dover trovare le parole più schiette per descrivermi, cosa 'mi appartiene', cosa 'rifuggo'. Facile e dritta al punto.

Cosa non mi piace: le bugie dette con nonchalance. Chi canta una canzone muovendo forzatamente la bocca, ma senza conoscere davvero il testo. Le scollature profonde sulle donne agée. La maleducazione. I tuttologi che scrivono post imbarazzanti e qualunquisti per il gusto di dire, fare… 'esserci'. Chi dice top, apericena e food. Gli hashtag messi dappertutto e un po’ a caso, soprattutto quelli vincenti. Tutti questi selfies, le foto ritoccate. Chi si fa chiamare Mamma dal suo pet. Chi ostenta. Quei buonismi inutili. I manipolatori, gli invidiosi.

Cosa mi piace: le lenzuola pulite nel letto. Un sorriso inaspettato. L’autunno. La magia di pensarmi in un nuovo viaggio. La pizza cotto e acciughe. Le candele profumate. La cannella. Un pomeriggio che mi si libera all’improvviso. Un paio di calze con le renne con cui arrotolarmi sul divano in un giorno di pioggia. Un aperitivo morbido alla fine di una giornata grigia. Il gorgonzola. La marmellata di prugne senza pezzi. Chi ha quella giusta dose di ironia per poter (anche) sorridere dei propri errori. L’irriverenza delle persone che sanno andare oltre: pregiudizi, modelli probabilistici, ingiunzioni acritiche, della serie ‘si è sempre fatto così’. Sentire che sto continuando a crescere, che non smetto di imparare, che posso stupirmi un po’ ogni giorno, perché la vita, anche nelle cose più piccole, mi lascia (ancora) a bocca aperta.

5) Quanto dura un percorso terapeutico?

Non ho una regola fissa, ma la costruisco con il mio paziente: indagando la pregnanza e la pervasività del sintomo che mi porta in seduta, la sua possibilità organizzativa e temporale, la sua capacità economica.

In una prima fase, se scattano fiducia e compliance terapeutica e c’è la volontà di mettersi in gioco, preferisco tenere gli incontri a cadenza settimanale o ogni dieci giorni. Poi generalmente ‘allungo’ il tempo tra una seduta e l’altra per permettere al paziente di mettere in campo quei cambiamenti necessari a rinarrarsi, a sperimentarsi come... ‘altro’. Faccio lievitare nel tempo i pensieri e le emozioni che ne sono scaturite, come una pizza con il lievito madre. Alcuni vivono situazioni che si complessificano nel tempo: i ‘patti’ con cui terminiamo il percorso prevedono che possono ricontattarmi quando sentono che qualcosa che non va e vogliono essere supportati a fare un pezzo ulteriore o semplicemente a rileggersi.

Lo dico sempre, giusto per capirci, la mia terapia non è come una crociera sul Nilo: non sappiamo le tappe, non sappiamo come e quando si scende. Poi magari ci scappa di vedere le piramidi e ci portiamo a casa un bel magnete per il frigorifero ad attestare che siamo passati di lì, che ce l'abbiamo fatta! Ma se non succede non importa: non sopporto la tensione a 'sacralizzare' e che impone un lavoro per tappe prefissate, come se fosse la lista della spesa da spuntare. Amo invece quotidianità e maneggevolezza, quel giorno lì può anche capitare di parlare in modo meno 'importante', di riposare un po' il sentire. Il mio è un approccio del tutto flessibile, basato su chi ho innanzi e sull’esperienza.

6) Per quali problemi ti posso chiamare?

In questi anni mi è capitato di sentirmi dire di tutto. 'Entro in terapia perchè mi dicono che sono diventato insopportabile, perchè non dormo più, perchè mi affascina sapere chi sono, perchè voglio un'occasione nuova per ripartire con la carriera, perchè ho una problema nella coppia, sono geloso, è geloso, sono stato tradito, ho tradito.'

Può essere un tema personale, familiare, genitoriale, o magari legato alla sfera separativa, al figlio minore, al figlio adolescente. Può essere che la terapia fa una paura terribile, ma si vuole dimostrare di saperla fronteggiare (la paura, mica la terapia!). Si vuole vivere un'esperienza diversa, che si ritiene essere intellettualmente significativa.

Oppure può trattarsi di un disturbo importante (depressione, attacchi di panico, ipocondria, dubbi sul proprio rientamento sessuale...), o un problema invalidante (fobie, paura di prendere l’aereo o di guidare in autostrada, gelosia, conflitti di coppia…) o una difficoltà che non ritieni 'grave' ma che senti che in qualche modo ti limita (insicurezza, bassa autostima, difficoltà con lo studio o sul lavoro, nelle relazioni sociali…).

Il viaggio lo si fa insieme. Ma non per evadere chissà dove: per viversi meglio, al meglio possibile, il presente, alle condizioni che abbiamo.

Basta anche solo un'ipotesi nuova con cui leggersi: già questa spesso è sufficente per sollecitare 'quel' cambiamento.

7) Qual è il valore aggiunto di un percorso con te?

Sono io: mi piace essere chiamata per nome, e tendenzialmente uso il tu, mi ci muovo più comoda e mi ci sento meglio. Ma accolgo volentieri i vari doc., dottoressa, o il lei che mi si voglia dare, ci si deve sentire dentro comodo soprattutto l'altro, a sua volta. L'importante è che si crei una bella compliance, che entrambi possiamo sentirci a nostro agio, liberi di osare o di astenerci, senza impacci nè fisici nè emozionali.

Al termine di questi lunghi anni di specializzazione, oggi ritrovo una Silvia appassionata e impegnata nella costruzione di una parte integrata della sua identità: cornici da mettere in discussione, circuiti da perturbare. Rileggo le tante domande che ho portato con me, quelle che io stessa introducevo nella stanza di terapia, dall’altra parte della scrivania, nel mio percorso come paziente e quelle che pongo ai miei pazienti nel setting terapeutico, nel continuo tentativo di tenere insieme i molteplici aspetti: la necessità di essere contemporaneamente osservatore dei pattern, di me stessa e del sistema circolare che si viene a creare nell’interazione. E mi tengo aperte le riflessioni e l’apertura del pensiero che ho imparato a coltivare in tutti questi anni: per evitare le rigidità, le false premesse e le visioni pregiudizievoli. Vivo, sorrido, soffro e spero con chi ascolto, oggi per oggi, poi, domani, chissà.

Perchè in definitiva credo che il mio lavoro di terapeuta sia un’occasione insostituibile di crescita personale e professionale, che mi consente di riflettere ricorsivamente su livelli che sento essere inestricabili: l’andamento del percorso formativo, gli strumenti, le esperienze, le competenze e gli apprendimenti che co-costruisco nell’incontro con i pazienti, nella complessità delle storie personali e nel sentirmele così bene addosso – testa, cuore, pancia, piedi – in un contesto e in ruolo sempre nuovi, semplicemente da scoprire, a poco a poco, con curiosità ed accoglienza.

Questo mestiere mi piace moltissimo, lo affronto con gioia, ritengo davvero che sia uno dei lavori pù belli al mondo (chissà se ciascuno lo dice del suo, quando esercitato per anni con passione!). La sera sento con piacere quella stanchezza che è derivata dall'intensità emozionale degli incontri: dolore, compostezza, coraggio, dignità. E' un 'vivere umano' che non cessa mai di sorprendermi. Guai se lo facesse.

 

8) Come posso prendere un appuntamento?

Chiamami o mandami un messaggio al +393477791732 (se non dovessi risponderti probabilmente sono in seduta con un’altra persona e sarà mia cura mandarti un messaggio o richiamarti quanto prima), oppure mandami una mail a info@silviatizzonipsicologa.it